Gli effetti sulla salute

 

“Novecento morti l’anno a Torino sono attribuibili all’inquinamento causato dalle polveri sottili” (Ennio Cadum, ARPA Piemonte)

Gli effetti degli inquinanti sul nostro corpo

I meccanismi di interazione degli inquinanti con il nostro corpo dipendono sia dalle modalità di ingresso nell’organismo sia dallo stato dell’organismo stesso, a sua volta influenzato dall’età, dallo stato di salute generale e da altre esposizioni ad inquinanti, ad esempio attraverso il fumo o l’esposizione professionale. In generale i bambini, le persone anziane e le persone affette da malattie come asma, insufficienza respiratoria, diabete o affette da patologie cardiache sono i soggetti maggiormente a rischio.

Gli inquinanti atmosferici entrano in contatto con il nostro corpo soprattutto attraverso la respirazione, e in modo secondario attraverso l’ingestione e il contatto con la pelle. In conseguenza di questo l’apparato respiratorio è quello maggiormente esposto agli effetti dell’inquinamento atmosferico. Tuttavia gli effetti sulla salute correlati all’inquinamento atmosferico sono molto più ampi. La European Respiratory Society elenca i seguenti problemi di salute per i quali esiste almeno un’evidenza di associazione con l’inquinamento atmosferico:

 

 

(Tratto da European Respiratory Society – qualità dell’aria e salute – 2010)

Le PM10 possono essere inalate e penetrare nel tratto superiore dell’apparato respiratorio, dal naso alla laringe. Studi epidemiologici, confermati anche da analisi cliniche e tossicologiche, hanno dimostrato come l’inquinamento atmosferico da particolato abbia un impatto sanitario notevole; quanto più è alta la concentrazione di polveri fini nell’aria, infatti, tanto maggiore è l’effetto sulla salute della popolazione.

Gli effetti di tipo acuto, sono legati a una esposizione di breve durata (uno o due giorni) a elevate concentrazioni di polveri contenenti metalli. Questa condizione può provocare infiammazione delle vie respiratorie, come crisi di asma, o inficiare il funzionamento del sistema cardiocircolatorio. Gli effetti di tipo cronico dipendono, invece, da una esposizione prolungata ad alte concentrazioni di polveri e possono determinare sintomi respiratori come tosse e catarro, diminuzione della capacità polmonare e bronchite cronica. Per soggetti sensibili, cioè persone già affette da patologie polmonari e cardiache o asmatiche, è ragionevole temere un peggioramento delle malattie e uno scatenamento dei sintomi tipici del disturbo.

L’inalazione del biossido di azoto determina una forte irritazione delle vie aeree. L’esposizione continua a concentrazioni elevate può causare bronchiti, edema polmonare, enfisema. L’NO2 contribuisce alla formazione dello smog fotochimico, in quanto precursore dell’ozono troposferico, e concorre al fenomeno delle piogge acide, reagendo con l’acqua e originando acido nitrico.

L’ozono è un inquinante molto tossico per l’uomo, è un irritante per tutte le membrane mucose ed una esposizione critica e prolungata può causare tosse, mal di testa e perfino edema polmonare. Pertanto in situazioni di “allarme” le persone più sensibili e/o a rischio è consigliabile rimangano in casa. I soggetti sensibili includono anziani, bambini, donne in gravidanza, chi svolge attività lavorativa o fisica all’aperto. Soggetti a rischio comprendono persone asmatiche, con patologie polmonari o cardiache.

 

 

(Tratto da “Epidemiologia e prevenzione”, quaderno 4-5 del 2013)

Effetti sulla salute della popolazione

Gli effetti sulla salute umana degli inquinanti in atmosfera sono ben noti e sono oggetto di numerosi studi scientifici condotti da più di 10 anni; nel seguito si riportano alcuni estratti di studi di carattere generale e ad alcuni studi rilevanti per l’area di Torino.

Lo studio “Impatto Sanitario di PM10 e Ozono in 13 Città italiane” pubblicato nel 2007 sulla base di dati del periodo 2002-2004 da APAT come traduzione italiana dello studio Pubblicato in inglese dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 20061 riporta il seguente Abstract:

“L’evidenza scientifica sugli effetti avversi dell’inquinamento dell’aria sulla salute è cresciuta negli ultimi decenni. È stata documentata un’ampia gamma di esiti sanitari avversi dovuti a esposizioni di breve e lungo periodo ad inquinanti atmosferici, a livelli di concentrazione cui generalmente sono sottoposte popolazioni urbane in ogni parte del mondo.

Questo rapporto stima l’impatto sanitario del PM10 e dell’ozono sulle popolazioni urbane di 13 grandi città italiane. (Lo studio include Torino ndr.) A questo scopo sono stati considerati 25 esiti sanitari avversi e i corrispondenti coefficienti di rischio concentrazione-risposta derivati da studi epidemiologici e sono stati analizzati diversi scenari di esposizione. I livelli medi di PM10 per gli anni 2002–2004 sono variati da 26.3 μg/m3 a 61.1 μg/m3 (a titolo di confronto, la media del PM10 a Torino dal 1 gennaio al 3 marzo 2017 è stata di 62 μg/m3, ndr.). L’impatto sanitario dell’inquinamento atmosferico nelle città italiane è notevole: 8220 morti l’anno, in media, sono attribuibili a concentrazioni di PM10 superiori ai 20 μg/m3. Questo valore equivale al 9% della mortalità per tutte le cause (escludendo gli incidenti) nella popolazione oltre i 30 anni di età; l’impatto per la mortalità a breve termine, di nuovo per valori del PM10 superiori ai 20 μg/m3, è pari a 1372 decessi, l’equivalente dell’1.5% della mortalità per tutte le cause nell’intera popolazione. I ricoveri ospedalieri attribuibili al PM10 sono dello stesso ordine di grandezza. Inoltre l’impatto dell’ozono per concentrazioni superiori ai 70 μg/m3 ammonta allo 0.6% di tutte le cause di morte. Valori ancora maggiori sono stati ottenuti per gli effetti sulla salute derivanti dalla morbosità.

La dimensione dell’impatto sanitario stimato per le 13 città italiane sottolinea la necessità di azioni urgenti per ridurre il peso sanitario derivante dell’inquinamento dell’aria. Il rispetto della Legislazione dell’Unione Europea porterebbe sostanziali guadagni, in termini di malattie evitate.

Inoltre, le autorità locali, tramite politiche che mirino principalmente alla riduzione delle emissioni del trasporto urbano e della produzione di energia, possono ottenere ulteriori guadagni in termine di salute pubblica.

L’ufficio regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato nel 2013 una review delle evidenze degli aspetti sanitari dell’inquinamento dell’aria2 nella quale, per quanto riguarda il PM, si sottolineano le seguenti conclusioni (cfr. p. 182-183):

“Occorre rivedere le attuali linee guida dell’ OMS per PM10 (20 μg/m3, media annuale e 50 μg/m3 media delle 24 ore al 99° percentile) e per il PM 2,5 (10 μg/m3, media annuale e 25 μg/m3 media delle 24 ore al 99° percentile). Lo stato attuale della conoscenza scientifica, supportato da un largo corpo di nuovi studi mostra un ampio spettro di effetti negativi sulla salute associati all’esposizione al PM2,5 (…) e al PM10 (…). I dati suggeriscono chiaramente che questi effetti: non hanno valori soglia nell’ambito dei valori ambientali studiati; seguono una funzione concentrazione-risposta prevalentemente lineare; si verificano probabilmente a valori relativamente bassi, vicini alle concentrazioni di fondo di PM2,5.”

“Al momento c’è un considerevole gap tra le linee guida per la qualità dell’aria dell’OMS per il PM2,5 (10 μg/m3, media annua) il valore definito negli Stati Uniti nel 2012 (12 μg/m3, media annua) il valore limite UE da raggiungere nel 2015 (25 μg/m3, media annua) ed il valore limite indicativo UE di seconda fase (20 μg/m3, media annua). C’è bisogno di un valore limite addizionale per il PM2,5 a breve termine (24 ore) (…) e di una rivalutazione dei valori limite per il PM10.”

Da queste conclusioni si capisce come i limiti imposti dal D.Lgs 155/2010 in attuazione della Direttiva Europea 2008/50/CE (per il PM10 50 μg/m3, media annuale e 40 μg/m3 media delle 24 ore e per il PM2,5 25 μg/m3, media annuale), non sono considerati sufficientemente cautelativi dall’OMS, e come esista una relazione lineare tra l’aumento delle concentrazioni del PM e gli effetti sulla salute, anche a partire da concentrazioni molto basse.

L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (International Agency for Cancer Research – IARC), che è l’agenzia specializzata dell’OMS per la ricerca sul cancro, ha pubblicato il 17 ottobre del 2013 un annuncio nel quale si esprime in questi termini:

“…lo IARC annuncia oggi di avere classificato l’inquinamento dell’aria ambiente come cancerogeno per l’uomo (Gruppo 1). Dopo una approfondita revisione della più recente letteratura scientifica, i maggiori esperti mondiali riuniti dallo IARC Monographs Programme hanno concluso che esistono sufficienti evidenze che l’esposizione all’inquinamento atmosferico è causa del cancro polmonare (Gruppo 1). Essi hanno inoltre notato una associazione positiva con un accresciuto rischio di cancro alla vescica. Il particolato atmosferico, una componente maggiore dell’inquinamento atmosferico, è stato valutato separatamente ed è stato altresì classificato come cancerogeno per l’uomo (Gruppo 1). La valutazione dello IARC mostra un crescente rischio di cancro polmonare con crescenti livelli di esposizione al particolato ed all’inquinamento atmosferico. Sebbene la composizione dell’inquinamento atmosferico possa variare ampiamente tra diverse località, le conclusioni del Gruppo di Lavoro si applicano a tutte le regioni del mondo.”

Per quanto riguarda l’Italia, una presentazione esaustiva degli effetti sulla salute dell’inquinamento atmosferico si trova nel quaderno 4-5 del 2013 della Rivista “Epidemiologia e prevenzione”, dal titolo “Inquinamento atmosferico e salute umana” che riporta tra l’altro i risultati del progetto EpiAir, finanziato dal Ministero della Salute e coordinato dall’ARPA Piemonte. Da questo studio si possono trarre le seguenti citazioni:

“La Società europea di medicina respiratoria (European Respiratory Society – ERS) ha criticato le posizioni del Consiglio dei ministri dell’Unione europea (UE), contenute poi nella Direttiva 2008/50/CE recepite dall’Italia nel D.Lgs. 155 del 2010. Infatti, secondo la ERS:

1. i valori limite per il PM10 e per il PM2.5 non devono essere superiori a 20 μg/m3 e 10 μg/m3, rispettivamente, in modo da offrire un livello di protezione per i soggetti più vulnerabili, in base alle Linee guida sulla qualità dell’aria dell’OMS;

2. i valori limite e la percentuale di riduzione dell’esposizione pianificata per il PM2.5 devono essere legalmente vincolanti;

3. i valori limite per il PM10 non devono essere indeboliti.

In particolare, la ERS ha sottolineato che il valore limite proposto come media annuale per il PM2.5 è inadeguato per proteggere la salute dei soggetti più suscettibili, compresi i neonati, i bambini e i soggetti affetti da malattie cardiorespiratorie. Secondo la ERS, questa direttiva determinerà un rallentamento nelle misure per la riduzione dell’esposizione da parte di molti Stati membri e manterrà una distribuzione iniqua dei rischi per la salute da inquinamento atmosferico.” (pag. 33)

“Lo studio MISA (Metanalisi italiana degli effetti a breve termine dell’inquinamento atmosferico) ha valutato gli effetti dell’esposizione all’inquinamento atmosferico in 15 città italiane (9,1 milioni di abitanti). I risultati hanno mostrato un incremento di mortalità per tutte le cause e per cause cardiorespiratorie dovuto all’esposizione a PM10 (tabelle 20 e 21).” (pag. 43) Le città italiane coinvolte nello studio sono Bologna, Catania, Firenze, Genova, Mestre-Venezia, Milano, Napoli, Palermo, Pisa, Ravenna, Roma, Taranto, Torino, Trieste, Verona.

Il progetto EpiAir, condotto in 10 città italiane su quasi 300.000 soggetti con età >35 anni (dati ambientali / sanitari del periodo 2001-2005), ha evidenziato un aumento di mortalità per cause respiratorie pari al 2,29% (IC95% 1,03%-3,58%) per ogni incremento di 10 μg/m3 di PM10, nell’arco di un periodo di esposizione da 0 a 3 giorni; l’aumento della mortalità respiratoria è risultato più alto in estate (7,57%; IC95% 2,25%-13,17%). Anche altri studi italiani a livello locale hanno confermato gli effetti acuti dell’esposizione a PM10 in termini di mortalità. (pag. 43) Anche nel progetto EpiAir è stata coinvolta la Città di Torino.

“Se gli effetti a breve termine dell’inquinamento coinvolgessero solo persone con condizioni di salute molto compromesse, causando l’anticipazione di eventi (morte, ricoveri) che sarebbero comunque avvenuti nel breve periodo (fenomeno dell’harvesting, cioè mietitura), nei giorni successivi al decesso dei soggetti più suscettibili (con cattive condizioni di salute) si dovrebbe assistere a una diminuzione della mortalità. Invece, gli studi su questo tema hanno dimostrato che l’inquinamento atmosferico fa precipitare fino al decesso le condizioni di salute più critiche, ma peggiora anche lo stato di salute dei soggetti con condizioni meno gravi, che contribuiranno alla mortalità o all’aumento dei ricoveri nei giorni successivi se l’inquinamento rimarrà elevato.

Se l’inquinamento si limitasse ad anticipare di pochi giorni i decessi dei soggetti suscettibili, qualsiasi aumento del numero giornaliero di morti dovrebbe essere seguito da una successiva diminuzione, determinando un effetto medio nullo in un periodo più lungo, per esempio di 1-2 settimane.

Al contrario, se ci fosse un effetto cumulativo dell’esposizione o se questa incrementasse il gruppo dei soggetti suscettibili, si dovrebbe osservare l’effetto maggiore sulla mortalità (o su altri eventi) in seguito a fluttuazioni dell’inquinamento su un periodo più lungo (15 o più giorni).

Schwartz, usando modelli particolari (di smoothing, cioè lisciamento delle fluttuazioni temporali), ha osservato su una scala di 60 giorni che la stima delle morti giornaliere e dei ricoveri per broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) dovuti a un incremento unitario degli inquinanti era raddoppiata rispetto a quella che si aveva a distanza di uno o pochi giorni. Sembra quindi che l’effetto harvesting nel breve termine sia molto limitato, e che l’effetto più importante sia osservabile nel medio termine a causa dell’accumulo delle esposizioni nocive. Analogo risultato è stato ottenuto analizzando allo stesso modo i dati di APHEA 2. Per l’Italia, l’estensione delle stime derivate dallo studio MISA-2 agli eventi che si verificano nei 15 giorni successivi alla variazione degli inquinanti atmosferici ha messo in evidenza che solo una parte limitata degli effetti a breve termine è dovuta al fenomeno di harvesting. (pag. 46)

“Anderson e colleghi, nel progetto APHEA, hanno studiato gli effetti dell’esposizione a inquinamento atmosferico sulla frequenza di ricoveri ospedalieri in Europa. L’incremento percentuale di ricoveri ospedalieri per BPCO, associato a incrementi di 50 μg/m3 della concentrazione degli inquinanti, rispetto al livello medio giornaliero, è risultato: 2% per l’SO2; 4% per il black smoke; 2% per il particolato totale sospeso; 2% per l’NO2; 4% per l’O3 (tabella 21). I risultati dello studio APHEA sono stati confermati anche in Italia dallo studio MISA che ha riportato un incremento di ospedalizzazione per malattie respiratorie dovuto all’esposizione a inquinamento atmosferico (tabella 21). Sono state osservate associazioni anche tra l’esposizione all’inquinamento e i ricorsi al pronto soccorso per problemi respiratori. In 9 città italiane, il progetto EpiAir ha trovato effetti immediati (al tempo 0) dovuti a PM10 con incremento di ricoveri ospedalieri per malattie cardiache. Per quanto riguarda i ricoveri urgenti per le malattie respiratorie, sono stati messi in evidenza effetti immediati dell’esposizione a PM10 ed effetti a breve termine (0-5 giorni) dovuti a NO2 e O3.”. (pag. 47)

“Da uno studio condotto in Belgio su 2.382 neonati (fino a 1 anno di età) risulta che i giorni con elevate concentrazioni di PM10 sono associati a un incremento del rischio di mortalità infantile (4%, 11% nei neonati da 2 a 4 settimane di età per ogni incremento di 10 μg/m3).

Valent e colleghi, da una revisione di studi e report, hanno stimato che nei bambini europei di 0-4 anni tra l’1,8% e il 6,4% di morti per tutte le cause erano attribuibili all’inquinamento atmosferico.” (pag. 50)

“Gli effetti avversi dell’esposizione a inquinamento di origine veicolare sono stati confermati nello studio italiano SIDRIA (Studi italiani sui disturbi respiratori e l’ambiente). Dai risultati è emerso che l’esposizione al traffico veicolare pesante è associata alle infezioni precoci delle vie respiratorie inferiori (bronchite OR: 1,69; IC95% 1,24-2,30; bronchiolite OR: 1,74; IC95% 1,09-2,77; polmonite OR: 1,84; IC95% 1,27-2,65), alla presenza di sibili (OR: 1,86; IC95% 1,26-2,73) e di sintomi bronchitici (OR: 1,68; IC95% 1,14-2,48) nei bambini di età scolare (tabella 22).

Cibella e colleghi, studiando l’effetto del traffico veicolare pesante vicino al luogo di residenza in un campione di adolescenti palermitani (10-17 anni), hanno osservato un’associazione significativa con asma (OR: 1,84; IC95% 1,14-2,95), rinocongiuntivite (OR: 1,39; IC95% 1,08-1,79) e ridotta funzionalità polmonare (OR: 1,78; IC95% 1,12-2,83) (tabella 22). (pag. 51)

Un studio svolto dal Settore Promozione della Salute ed Interventi di Prevenzione Individuale e Collettiva della Direzione Sanità della Regione Piemonte dal titolo “Valutazione di impatto della qualità dell’aria sulla salute umana nelle città di Novara e Torino”, che ha preso in considerazione i dati relativi al periodo 2005-2007 presenta informazioni coerenti con gli studi sopra citati.

I rischi sanitari legati al particolato nell’aria della Città di Torino, sono stati presentati ripetutamente alle autorità competenti ed al pubblico da parte del Servizio di Epidemiologia dell’ARPA Piemonte. A titolo di esempio si riporta nel seguito il contenuto di un articolo comparso sul quotidiano La Repubblica il 10 febbraio 20173 sotto forma di intervista al Dott. Ennio Cadum, responsabile del servizio suddetto.

“Novecento morti l’anno a Torino sono attribuibili all’inquinamento causato dalle polveri sottili”. A sostenerlo è il direttore del centro regionale per l’epidemiologia e la salute ambientale dell’Arpa, Ennio Cadum. “Gli studi condotti sinora – afferma il medico – dimostrano che ad ogni picco di emissioni nocive corrisponde nei giorni immediatamente successivi un aumento del numero di decessi”. A trovarsi in una situazione debolezza, nei

giorni in cui l’aria in città viene appestata dallo smog, sono soprattutto le persone cardiopatiche, diabetiche o che soffrono di bronchite cronica. “Abbiamo stimato – chiarisce Cadum – che dei 900 decessi annui riconducibili all’inquinamento atmosferico circa 100 si registrano nei giorni a ridosso dei picchi”. Morti “evitabili”, secondo gli studiosi, “se la concentrazione media di Pm2,5 nell’aria si attestasse sui 10 microgrammi per metro cubo consigliati dall’Organizzazione mondiale della sanità”. I tecnici dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale e i responsabili dei servizi epidemiologici dell’Asl hanno illustrato i risultati dei loro studi davanti alla commissione ambiente del consiglio comunale convocata dal presidente Federico Mensio per avere un quadro scientifico dell’emergenza, prima di adottare qualsiasi provvedimento “antismog”. I risultati illustrati dal dottor Cadum sono contenuti nell’ultimo studio disponibile e risalgono al 2010: da allora la situazione è migliorata e le aspettative di vita si sono allungate. Per chi vive a Torino l’inquinamento atmosferico “accorcia la speranza di vita – fa sapere l’epidemiologo dell’Arpa – di 24,7 mesi rispetto alla soglia di tolleranza fissata dall’Oms”. Un dato più allarmante rispetto alla media nazionale di 9,2 mesi e a quella del Piemonte che è di 9,6 mesi.

 

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